In questo glorioso mattino di novembre, sento lo scricchiolio della brina che si sfalda sotto il peso del mio passo. L’aria è frizzante, come se impregnata da centinaia di piccole schegge di neve.

Sopra di me, il cielo è terso, quasi una tavola monocromatica. Tanti pixel luminosi, cuori di luce autunnale che pulsano all’unisono.

E in questo mondo che sembra sospeso tra cielo e ghiaccio, io, Rebecca, attendo il treno su un binario affollato, tra volti di sconosciuti di cui non conosco il nome, ma di cui ricordo ogni più piccolo dettaglio. Del volto, della voce, delle mani.

Quel modo nervoso di sfogliare le pagine del signore con il cappello, per esempio. Ad ogni pagina uno sbuffo caldo, un fruscio simile alla sferzata di un vento impetuoso. Il cappello che appare sempre più floscio, lo sguardo più stanco. Da giorni non fa più battute mordaci, come se la voragine sociale ed economica in cui è caduta l’intera nazione l’abbia inghiottito e poi risputato fuori apatico, senza un alito di vita.

C’è quella voglia color caffè sulla guancia dell’ingegnere che passa tutto il tempo al telefono. Ne cambia uno al mese, veste Armani, indossa un Rolex d’oro. Ha il tono di voce tipico di coloro che sono abituati a comandare. Mastica le parole e le sputa come cicche usate. La sciarpa di cachemire ondeggia dietro di lui mentre copre con lunghe falcate il binario di cemento, noncurante degli altri pendolari.

Sembra soddisfatto, ma la voglia è sempre lì.

Vedo la ragazza griffata che da alcune settimane ripropone la stessa borsa, le stesse scarpe. Le cose in banca non devono andare un granché bene. Il suo umore è sceso proporzionalmente ai centimetri dei suoi tacchi. Siamo passati da un dodici con zeppa ad uno scarso sette centimetri. Chissà se dopo le elezioni di dicembre la vedremo in ballerine?

Un binario è come un bar. Un luogo di passaggio dove spesso si incrociano le stesse persone di sempre. Ma oggi mi accorgo che siamo di meno: manca qualcuno all’appello. Forse semplicemente vittima dell’influenza, oppure un altro martire della recessione.

Andiamo avanti, cercando di riproporre lo stesso copione di sempre, non lamentandoci più della ripetitività della nostra vita, ma sperando di poterla ancora ripetere, così com’è, domani.

Allunghiamo il collo in direzione Saronno al fischio del treno che si ferma davanti a noi. Avvolto da un sottile strato di rugiada cristallizzata, apre le porte e lascia filtrare luce e calore. Istintivamente, solleviamo i piedi da terra, pesanti come macigni, ed entriamo.

Ci spinge qualcosa: l’inerzia, il desiderio di ripetere tutto come prima oppure l’impulso primordiale di cercare un punto di arrivo, ora e sempre.

Nel caldo soffocante del convoglio, tra tanti corpi avvolti da strati e strati di lana e caldo cotone, cerco una folata di tepore che possa liquefare queste vite cristallizzate.

L’aria pompa calda, secca, sembra bruciare la gola.

Forse è per il freddo che si è insinuato troppo a fondo o questa inquietudine che ci accompagna per tutto il tragitto fino a fine giornata.

Forse per entrambi.

Forse.

Ma il ghiaccio non si scioglie.

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