Nelle acque del passato

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Partiva nuovamente sola, con Yvette come unico chaperon, a parte il cocchiere e due lacchè. Sarebbe giunta in carrozza a Calais e con l’unica compagnia di marinai sconosciuti avrebbe preso il largo fino a Dover. La nave, l’Imperia, ondeggiava già, beccheggiando contro i terrapieni in pietra del molo, e aspettava lei.
Vado incontro al mio destino, pensò.
E agitata la mano in segno di saluto, salì sulla carrozza senza voltarsi indietro.
Così ha inizio il viaggio di Sophie, nel 1827: oltre i cancelli di Château Lesange, su una carrozza diretta a Calais, per attraversare la Manica verso le bianche scogliere di Dover e, da lì, raggiungere Londra.
Quasi due secoli dopo, Maya le va incontro: sale su un treno alla stazione londinese di St Pancras, e una volta a Dover, si imbarca per Calais.
Il tempo li divide, il mare le avvicina.
Maya Romin e Sophie Lesange: due donne che, in modi diversi e in tempi diversi, si troveranno a sfiorare un destino molto simile, fino a diventare una cosa sola.

 

“Nelle acque del passato” è disponibile su Amazon sia in versione cartacea che ebook.

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London Lies atterra su Amazon!

Carissime amiche e amici!
Il momento fatidico è arrivato… London Lies è disponibile (per ora solo come e-book) su Amazon a questo link
La versione cartacea sarà disponibile nelle prossime 2 settimane.
Per chi non avesse un Kindle, ricordo che l’e-book può essere letto anche su tablet o telefonino, ma per gli amanti della versione cartacea, consiglio di attendere… Lo so, sarà dura, vero? 🙂
Ringrazio già da ora tutti voi per i passaparola e per le recensioni che vorrete scrivere, molto apprezzate, ma soprattutto vi ringrazio per il vostro grande supporto dimostrato in questi giorni, già questo vale lo sforzo di aver scritto il romanzo!
Che dire… Buona lettura a tutti! 🙂

La stanza

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Brian Sandler uscì da casa alla solita ora di un venerdì di maggio.
L’aria impregnata di pioggia si era posata, pesante e umida, sul suo cappello dei New York Giants che ora gli copriva parte del volto sottile e imberbe.
Sua madre lo guardò allontanarsi sulle lisce pietre di fiume, osservando la sua camminata saltellante dalla finestra della cucina. Smise di asciugare la tazza che teneva in mano e si allontanò, immersa nei propri pensieri, con solo un confuso ricordo di quella sagoma, così familiare e allo stesso tempo così avulsa da lei, che si allontanava lievemente curva in avanti.
Il ragazzino dei giornali passò pedalando a tutta velocità, lanciando il quotidiano verso l’ingresso di casa. Mancò il bersaglio e il giornale rimbalzò contro la cassetta della posta. La bandierina rossa si abbassò di botto, producendo un rumore sordo.
Nell’inforcare la bicicletta sul vialetto di casa, Brian lasciò una striscia di fango sottile, simile a una venatura nel marmo, che si sarebbe seccata solo verso mezzogiorno.
Per allora, Brian sarebbe già entrato nella stanza e non avrebbe più avuto modo di tornare a casa.

***

Karen Sandler rimise la tazza nella credenza e richiuse lentamente l’anta sbeccata. Si accorse di non riuscire a smettere di pensare al marito.
Ex – marito.
Non capiva come questo pensiero potesse inserirsi così, di soppiatto e in modo fin troppo naturale, tra la lista della spesa che stava stilando pochi minuti prima, rimasta incompleta a metà sul tavolo della cucina, e il promemoria per l’appuntamento di Brian dall’oculista, per le quattro del pomeriggio. Sospirò, maledicendo Mark e il suo desiderio di sentirsi sempre giovane. A costo di lasciare una moglie e un figlio di quindici anni per una segretaria della metà dei suoi anni. E la metà del suo peso.
Si sentì attratta dal frigorifero. Avrebbe potuto aprirlo con fare noncurante, come se dovesse controllare per la seconda volta il suo contenuto prima di completare la lista. Ma perché mentire a se stessi? Sapeva già dove trovare le barrette di cioccolato e quel pezzo di torta avanzata la notte precedente, quando si era svegliata, con i capelli sudati e attaccati alla fronte come alghe tentacolari, sapendo di aver appena abbandonato un sogno in cui Mark le elencava tutte le sue manchevolezze di moglie e di madre.
Si costrinse a passare oltre, cosa che fece, trascinando le ciabatte di feltro come fossero macigni di pietra.
Nel riordinare la stanza del figlio posò lo sguardo su una foto scattata l’estate di due anni prima. Non sembrava neppure lei, in quella foto. La sua vita era sempre stata segnata dalla presenza di Mark: come tacche su una barra d’acciaio, c’era la vita di Karen prima di Mark, la sua vita con Mark, e quella senza Mark. Delle tre, l’unica in cui si era sentita veramente viva era stata la seconda. Mark l’aveva vista, l’aveva corteggiata, le aveva persino regalato un anello di fidanzamento che valeva un intero stipendio da assicuratore. Le aveva permesso di diventare madre e di scoprire cosa si provava a generare un altro essere vivente.
Nelle notti insonni in cui allattava Brian, le capitava spesso di pensare che quel bambino in realtà non era suo. Le era stato dato in prestito, una sorta di assegnazione temporanea per essersi sempre comportata bene.
In quei momenti stringeva il piccolo con una tale forza da infastidirlo e svegliarlo dai suoi sogni profondi.
Ora sapeva che qualcosa di vero c’era in tutto questo confuso timore del distacco.
Ora Karen sapeva che nulla è veramente tuo.

***

Brian percorse High Street pedalando con una certa flemma. Con il vento a favore e una buona dose di caffeina in corpo, si sentiva quasi pronto a tutto, persino a una noiosa lezione di chimica.
A poche decine di metri più avanti, sulla sinistra, vide Gwen ferma davanti alla fermata della scuola-bus, con gli auricolari che le penzolavano sul petto ancora acerbo. Quella mattina indossava la sua maglietta preferita: l’immagine di uno scheletro con una scritta che diceva “amo prendermi cura del mio corpo”. Brian provò una strana sensazione di calore e si sforzò di rallentare la velocità, maledicendo la macchina rossa che, dietro di lui, stava cercando in tutti i modi di sorpassarlo.
La sagoma del pullmino della scuola si stagliò in lontananza, nel punto di massima pendenza della strada. Da lì era possibile vedere lo skyline di New York confondersi tra i vapori umidi e lo smog. Da lì, Brian poteva smettere di pedalare e lasciarsi trasportare dalla gravità fin quasi alla fine della via.
Gwen si accorse di lui nel momento in cui l’autista dell’utilitaria gli strombazzò per dirgli di farsi da parte.
Volò un insulto al quale Brian rispose con un gesto secco della mano.
La macchina sgasò in maniera eccessiva, iniziando la salita come se si apprestasse a una scalata dell’Everest.
Gwen alzò la mano, per salutarlo.
Brian alzò la sua, sudata.
Il pullman giallo iniziò a scendere velocemente, sul lato opposto della collina.
Brian sapeva che la sua deviazione gli avrebbe permesso di affiancarsi al pullman da lì a cinque minuti, in Madison Street. Bastava arrivare in cima alla collina e tagliare per il quartiere di case di legno dipinte di bianco che si adagiavano sulla destra. Tutto molto semplice.
La pedalata si fece più decisa, il fiato un po’ più corto. La condensa del suo alito caldo si depose sulle lenti degli occhiali e il mondo si coprì di nebbia.
«Dannazione!»
L’utilitaria rossa a pochi metri davanti a lui si bloccò all’improvviso. Il fumo nero che uscì dal tubo di scappamento gli parve un serpente evanescente. Udì il campanello della porta d’ingresso della ferramenta e con la coda dell’occhio vide il cartello mutare da “chiuso” ad “aperto”. Sentì un forte odore di benzina misto a biossido di carbonio.
Il suo orologio segnava le 7:59.
Sterzò velocemente, per evitare di andare a sbattere contro il baule cromato dell’auto, spostandosi oltre la linea di mezzeria. I fari del pullman lampeggiarono facendo luccicare le lenti ricoperte di condensa liquefatta.
Il campanile della chiesa metodista iniziò a scandire l’ora con rintocchi acuti ed insolitamente lenti.
Al secondo rintocco si udì lo stridere dei freni del pullman e le urla di Gwen.
All’ottavo rintocco, gli occhiali di Brian volarono in aria e il mondo ritornò a essere offuscato, come sempre.

***

Karen uscì dalla doccia e appoggiò i piedi bagnati sul parquet in finto legno. Si avvolse nell’accappatoio che ora le stava stretto in vita, tirandole sul seno e sul ventre prominente. Rinunciò a legarlo con la cintura e si strofinò sommariamente, conscia di tutta quella parte di corpo in più che non sentiva più sua.
Lei era là sotto, da qualche parte, soffocata da strati di grasso e incapace di uscire fuori. Era in trappola nel suo stesso corpo.
Si diresse nella stanza da letto, dove regnava un ordine irreale alla luce tenue che filtrava attraverso le imposte di legno, e si vestì, senza prestare particolare attenzione agli abbinamenti. Un reggiseno bianco, un paio di mutande contenitive nere che avrebbero potuto sostituire senza problemi la Jolly Roger di una nave pirata. Sospirò, già stanca ancora prima di uscire da casa.
La blusa che scelse era di un colore opaco. Color cipria, lo chiamavano, ma a lei sembrava tanto il colore della polvere al tramonto. Completò il tutto con una gonna nera in lycra con l’elastico in vita. Evitò di guardarsi allo specchio e si diresse in bagno, per asciugarsi i capelli.
Quando il telefono di casa squillò al piano di sotto, il rumore assordante dell’asciugacapelli ne coprì il richiamo, lasciando Karen a macerare nei suoi pensieri di rivalsa nei confronti del mondo.
Nei confronti di Mark.

***

Sono in una stanza.
Una stanza dalle pareti bianche, talmente bianche da sembrare un riverbero di luce. Solo pareti, sui quattro lati, ma nessuna porta. Com’è possibile?
Dove sono?
Provo a tastarmi le braccia, il petto, le gambe. Sono qui, tutto intero a quanto pare.
Sono disteso su un letto dal materasso morbido. Le lenzuola sono leggere, ruvide al tatto e impregnate di uno strano odore di disinfettante. Provo un fastidioso prurito al naso, persistente.
Come ho fatto a finire qui?
L’ultima cosa che ricordo è che stavo pedalando veloce, ma non sufficientemente veloce per quella dannatissima utilitaria rossa. Mi tallonava da almeno due isolati e non voleva saperne di sorpassare.
Il tizio al volante non l’ho mai visto da queste parti. Aveva i capelli scuri e una macchia rossa sulla guancia. Fumava tenendo il braccio fuori dal finestrino, come se fosse il padrone del mondo. Di gente come lui ce n’è fin troppa in questa cittadina. Sicuramente non è di qui.
In ogni modo, per poco l’autobus della scuola non mi tira sotto. C’è mancato così poco… Ho dovuto sterzare di nuovo ma sono finito addosso alla macchina di quel matto di straniero. Una botta da non credere.
Mi tocco la testa ma non sento nulla, solo un formicolio che si fa sempre più lieve, fino a scomparire del tutto. Gli occhiali sono finiti a terra ed io con loro. Mi aspettavo un impatto devastante, ma non ho sentito nulla. Sono semplicemente caduto a terra, così, come un sacco di patate.
Quel tizio dell’auto è uscito ed è corso verso di me. Aveva uno sguardo talmente strano. Sembrava fuori di sé. Una furia.
E adesso, che ci faccio qui?
Non ricordo. Non so nemmeno come ci sia finito. Vorrei solo sapere come fare per tornarmene a casa.

***

Gwen non avrebbe mai più dimenticato quel volto. Era il viso di uno straniero, scuro e arrogante, con rughe che gli contornavano la bocca e gli tagliavano la fronte in due, da parte a parte. Aveva lasciato cadere il mozzicone di sigaretta sulla mezzeria della strada, ancora acceso, e si era catapultato fuori dall’auto come una furia, indeciso su dove andare.
Da che parte scappare.
Si era avvicinato a Brian incespicando e nel farlo aveva calpestato i suoi occhiali, scivolati sull’asfalto poco più avanti. Il rumore delle lenti infrante le aveva ricordato quello di ossa spezzate.
Il pullman si era fermato con uno stridore di freni, i volti dei ragazzi pigiati sui vetri picchiettati di gocce d’acqua sporca cercavano di capire cosa fosse successo. Lei era rimasta ferma, le cuffie cadute a terra, il volto di Brian impresso nella retina, e quella totale mancanza di sangue che rendeva il tutto così irreale e terribilmente fuori posto.
Senza rendersene conto, si mise nuovamente a gridare.

***

Quando il telefono di casa Sandler squillò per la seconda volta, Karen aveva già raggiunto la sua auto nel garage e stava mettendo in moto. Si era dimenticata di chiudere la porta ed era ritornata in casa per assicurarsi che anche il gas fosse spento. Ultimamente la sua mente vagava in uno stato quasi onirico e la sua presa sulla realtà si faceva di volta in volta più scivolosa.
Con ancora in mano la chiave infilata nel blocchetto di accensione, Karen ripensò alla foto che aveva visto quella mattina in camera di Brian. L’unica foto che li ritraeva tutti e tre assieme come una famiglia felice. L’unica che suo figlio aveva salvato da quella notte in cui lei aveva fatto a pezzi tutte le foto che ritraevano Mark. C’erano volute tre ore per decapitare il marito.
Stava costatando ora, con amarezza, che l’arrivo del figlio li aveva allontanati, illudendoli di unirli come la somma di due addendi, mentre lo spazio tra loro si faceva più ampio al crescere di quello che Brian occupava per sé. Un cuneo fra due ceppi che, fino a qualche anno prima, erano stati lo stesso tronco.
Mise in moto l’auto e uscì sul vialetto con lo sguardo fisso davanti a sé, incapace di vedere nulla al di fuori della propria disperazione. Senza rendersi conto che le gomme lise dell’auto avevano in parte cancellato la striscia di fango che – come una linea di confine – divideva la pietra del viale in due parti simmetriche.

***

Sento dei passi.
Sono lontani, attutiti, ma credo siano passi di uomo. Sono pesanti, suonano come piedi strascicati. A tratti, sento quel rumore tipico dello sfregare delle suole di gomma su superfici di linoleum. Mi alzo e mi dirigo verso una delle pareti della stanza, con le braccia distese davanti a me, quasi accecato da tutto quel bianco e dall’assenza di punti di riferimento. Il muro è ruvido, come le lenzuola.
Accosto un orecchio e il rumore dei passi si fa più forte e insistente.
Ora sento delle voci. Bisbigli, voci concitate, sillabe che non riesco a comporre e che rimangono così, suoni senza senso.
Non sono solo. C’è qualcuno oltre a questa parete. Batto il palmo sulla superficie bianca e provo a urlare, ma la voce mi muore in gola.
«Mi sentite?»
Non sono nemmeno certo di averlo pronunciato. È tutto qui, nella mia testa. Pulsa e spinge per venir fuori, ma esce solo un rantolo esausto.
Picchio nuovamente la mano sul muro, con più energia.
«Sono qui!» sto urlando.
Le mie urla echeggiano nella stanza, coprendo il bisbiglio che filtra da fuori, rimbalzando sulle pareti come onde di schiuma e sale.

***

Karen raggiunse il parcheggio del suo ufficio dopo circa mezz’ora. Era rimasta imbottigliata sulla High Street per un incidente – non aveva capito bene di cosa si trattasse – ed era stata dirottata verso est. Lungo il tragitto aveva preferito ascoltare un vecchio disco di Don Henley anziché il giornale-radio. Non ne poteva più di problemi, d’incidenti, di morti.
Era stanca di se stessa e questo le bastava. Non era la vita che aveva sognato e non era nemmeno una persona in grado di modificarne il corso con la sola forza di volontà e una buona dose di tenacia.
Lei, semplicemente, andava avanti, su qualsiasi strada si trovasse.
Una volta spento il motore, si slacciò la cintura e si mise a cercare febbrilmente il cellulare nella borsa, risvegliata dagli acuti della suoneria. Tirò fuori fazzoletti, il borsellino, alcune penne senza cappuccio, una piccola agenda di pelle nera e infine estrasse il telefono.
Rispose quasi sbuffando, già sudata e indisponente.
La voce profonda di Mark le spezzò il cuore, come una stilettata entrata volutamente piano nel suo petto, come una sonda alla ricerca di quell’organo vitale.
Le parlò per meno di due minuti. Molto meno di quanto gli ci volle per dirle che la stava lasciando. Quando spense il cellulare, Karen appoggiò la testa, pensante e madida di sudore, sul volante. Le mancava l’aria ma non pensò nemmeno di uscire da lì.
Rimase ferma, respirando appena, in attesa che il mondo le crollasse addosso.

***

Quanto tempo è passato?
Le ore sembrano giorni e il tempo è come inafferrabile. Scivolo nell’oblio e mi risveglio, sempre nella stessa stanza claustrofobica, per poi riaddormentarmi su questo letto sempre più scomodo, facendo scorrere i polpastrelli sulla trama ruvida di cotone bianco.
Ho solo una speranza: che mi stiano cercando. Che abbiano capito cosa sia successo.
D’altronde, qualcuno deve pur aver visto qualcosa, no?
Gwen era là, sull’altro lato della strada. Ha visto quella macchina e sicuramente ha visto quell’uomo. Il mio rapitore.
Non so come faccia a entrare qui dentro, deve esserci per forza un passaggio, una porta mimetizzata così bene da non capire dove sia. So che entra quando dormo. Lo so perché mi sta nutrendo e abbeverando. Non ho capito come riesca a farlo, ma io sono qui da qualche tempo, anche se non so di preciso da quanto, e non ho bisogno di nulla, se non di riuscire a scappare.
Forse mi sta drogando. Sì, è probabile. Non mi sono mai sentito così prima d’ora: con un corpo leggero, come sedato dal dolore.
Perché mi tiene qui dentro? Vuole punirmi perché sono andato a finire nel cofano di quella maledettissima auto?
È pazzo, vero?
O il pazzo sono io?

***

Mark entrò nella stanza cercando di non far rumore, nonostante il via vai d’infermieri e medici e il ritmo ripetuto del macchinario per il supporto vitale.
Karen lo guardò procedere incerto verso il letto su cui era disteso Brian, come se temesse di svegliarlo. Le suole delle sue scarpe grattarono contro il linoleum del pavimento, producendo un suono simile allo stridore di un freno.
Lo vide afferrare delicatamente la mano del figlio, appoggiata sul lenzuolo bianco, e istintivamente volse il capo verso il display che mostrava l’andamento a picchi del battito cardiaco di Brian.
Chissà perché, era convinta che Mark avrebbe fatto il miracolo, risvegliando il figlio dal coma con il solo tocco della mano.
Il padre rimase fermo, con la mano del figlio nella sua, finché fu chiaro che non sarebbe accaduto nulla. Sul suo volto, Karen lesse la sconfitta.
Le si avvicinò, a testa bassa.
«Cos’hanno detto i dottori?» le domandò, senza nemmeno salutarla.
Karen fece un gesto stanco verso i macchinari.
«È in coma farmacologico… Non sanno se ne uscirà. Stanno provando a stimolarlo.»
Mark sembrò irritato da questa risposta.
«Stimolarlo? Ma Dio Santo, è in coma!» sibilò, riversando su di lei la rabbia per non essere stato in grado di risvegliare il figlio.
Karen indietreggiò, incapace di contenere la sua collera. Lei sapeva che avrebbe voluto punirla, che avrebbe voluto addossarle tutta la colpa, ma non poteva.
La bicicletta era stata un’idea di Mark, un regalo di Natale dell’anno prima, per farsi perdonare di averlo abbandonato per andare a vivere con un’altra donna, già madre di un figlio di tre anni.
«Com’è successo?» chiese, infine.
«Un incidente sulla High Street. Per evitare il pullman della scuola, Brian è andato contro un’auto che si era fermata in mezzo alla strada» gli spiegò. Gwen Harrison aveva visto tutto e lo aveva riportato al paramedico che era arrivato per primo.
«All’inizio non hanno pensato a nulla di grave. Non c’era sangue e Brian aveva gli occhi aperti…»
Mark mosse la testa, come per voler scacciare una mosca. Tutti quei dettagli lo infastidivano: suo figlio era in fin di vita per una semplice botta alla testa?
«Chi è stato?»
Karen scosse il volto, gonfio e rigato di lacrime pesanti di sale, come acqua del Mar Morto.
«Io lo uccido» sentenziò l’ex-marito. Soppesò il suo dolore e si voltò diretto alla porta.

***

«Mi sentite?»
Li sento, sono qui fuori. Sono qui, oltre il muro.
Sto picchiando come un ossesso, tirando pugni e manate sulla parete di questa stanza, di questa prigione dove non vi è nulla – suono, odore o colore – tranne me. Il fruscio dei passi si fa intenso e poi si allontana, come una marea che sale e scende, senza sosta.
Picchio a più non posso e urlo, grido, e tiro calci con tutta la forza che ho dentro.
Mi sentite?
Sono in trappola. Lui mi ha rinchiuso qui, in questa stanza, perché è un sadico vendicativo. Lo so, è stato lui.
Ma io posso farcela, posso uscire. Posso farmi sentire, altrimenti come potrei sentire loro?

***

«Signora Sandler…»
La voce del dottore le giunge filtrata oltre gli steli dei fiori recisi, avvizziti e secchi, dimenticati nel vaso da almeno due settimane. Karen sussulta, ma non fa alcun cenno col capo.
Lei sa cosa stanno per dirle. Per un attimo è tentata di far finta di nulla, di alzarsi da quella sedia stretta e gelida e di uscire dalla stanza.
Per sempre.
Potrebbe farlo. Vorrebbe farlo, ma sa che non può. Non glielo permetterebbero e lei sarebbe obbligata lo stesso a dover scegliere.
Se potesse realmente scegliere, vorrebbe tornare a quella mattina di maggio. A quel momento in cui, in piedi davanti alla finestra della cucina, stava asciugando una tazza di ceramica mentre guardava Brian allontanarsi sul vialetto.
A quell’istante in cui lo vide chinarsi lievemente in avanti e strisciare di fango la pietra di fiume, mentre il quotidiano planava senza grazia sulla cassetta delle lettere.
Se potesse scegliere, fermerebbe il tempo esattamente lì. Prima che la sua mano lasciasse andare la tenda di cotone e la sagoma di suo figlio scomparisse del tutto.
«Signora Sandler?» ripete la voce profonda del dottor Keller, in attesa che lei lo raggiunga.
Karen guarda verso la porta della stanza, gli occhi bramosi in cerca di un appiglio, una risposta. Si alza dalla sedia appoggiando tutto il suo peso sui braccioli di metallo.
Riesce ancora a vedere la figura slanciata del figlio, mentre si allontana pedalando. È un ricordo vivido, come quando lo vide per la prima volta, appena nato e coperto di sangue.
Si volta e lo trova disteso sul letto: il lenzuolo bianco, ruvido al tatto, lo copre quasi fino al collo. Eppure sa che non sente freddo. Non sente nulla.
La sua mano si solleva e la precede verso la macchina per il supporto vitale.
«Signora Sandler, se non se la sente…»
Karen fa segno di no.
No, che non se la sente di spegnere quella macchina.
No, che non vuole che sia lui a farlo.
Ma poi lo fa.
E tutto torna silenzioso, come suo figlio, disteso su quel letto come se stesse dormendo.
Ignara di quali sogni stia facendo.
Ignara di quella mano che gli ricade, dopo aver picchiato sulla parete di quella stanza per giorni e mesi, senza mai riuscire a essere udito.

Nemesi

sycomore

Nora alza gli occhi verso le foglie dorate del sicomoro. Per un istante ha come la sensazione che stiano danzando, frenetiche, come uno sciame di api impazzite. È sicuramente uno scherzo di luce, la stessa che ora filtra, filamentosa e lattea, quasi palpabile in questo pomeriggio di novembre.
Allunga le gambe stanche sotto la panchina e rimane a fissare il corteo, concedendosi alcuni minuti prima di unirsi in coda alla fila informe e scura.
Ripensa a Giulia, che ora giace fredda e pallida in una bara in radica di noce.
Persino da morta la fa ribollire di rabbia.
Le immagini di Giulia, sorridente, vitale, le si accavallano nella mente. Si sforza di catturare un pensiero che le sfugge via. Giulia seduta davanti a lei, in un lezioso tailleur di Armani, le gambe accavallate e lo stiletto tacco dieci che fluttua ritmico nell’aria.
Ma ciò che più detestava di Giulia era il suo irritante ottimismo, quel suo asserire “Ragazzi, comunque vada, andrà bene”. Si vede come l’è andata bene!
Cerca di scacciarla dalla testa.
Le si avvicina Paolo, il marito di Giulia, mentre sta ancora cercando di allontanarla dalla sua mente a forza di movimenti convulsi del capo. Paolo le si siede accanto, senza dir nulla, facendo scricchiolare la ghiaia sotto le suole delle scarpe.
Il movimento vorticoso del capo cessa all’improvviso. Nel più profondo imbarazzo, Nora vede il cappello a tesa larga di Chiara, la collega dell’amministrazione, sollevarsi all’improvviso verso quel cielo fuligginoso, grigio e uniforme come una tavola monocromatica.
– La disturbo? – le chiede l’uomo. Alto, brizzolato, il volto ancora piacente segnato dal dolore.
Nora sussurra un no appena udibile, che viene interpretato per rispetto al silenzio che è sceso, grave e umido, su tutti loro.
E intanto pensa ai dettagli di quelle ingiustizie quotidiane, come quando Giulia aveva iniziato a sostituirsi a lei ai consigli di amministrazione, o quelle volte in cui l’ingegner Ferri le si rivolgeva con amabile cortesia, nemmeno fosse una dirigente di alti livelli, per chiederle se poteva redigere il verbale. Come se avesse scelta e lasciasse a lei decidere.
L’uomo accanto a lei si schiarisce la voce.
Nora teme che si aspetti da lei un accorato rimpianto della defunta, ma lei non ha lacrime per Giulia.
Giulia si è meritata di morire così. Sola, bagnata dalla pioggia, riversa su strisce pedonali che ancora mostrano i segni dei pneumatici di Nora. Era stato tutto calcolato nei minimi dettagli, un lavoro portato a termine senza sbavature. Una vendetta pulita, senza rimpianti.
– Spero di non disturbarla, signora Giulia. So che era una collega di mia moglie. Le era molto affezionata. Mi parlava spesso di lei… –
Nora aveva ascoltato di soppiatto le telefonate di Giulia al marito, un chirurgo di non ben precisata specializzazione, per captare qualche segno di derisione nei suoi confronti, inutilmente. Sì, perché Giulia era scaltra: sapeva come farsi voler bene, camuffando quel suo arrivismo sotto un velo di edulcorata cordialità. Aveva una parola buona per tutti, persino per lei. Anche quando gli altri colleghi di ufficio la fissavano contrariati davanti ai suoi black-out sempre più frequenti, lei faceva finta di nulla.
E questo far finta di nulla la stava uccidendo.
– Giulia mi aveva detto che lei era parecchio stanca, ultimamente. Mi ha raccontato del suo svenimento, settimana scorsa – l’uomo esita, indeciso su come proseguire.
Oh, no. Non avrebbe lasciato che anche il marito la commiserasse. Sta per ribattere con ardore, è sul punto di ammettere il proprio gesto, ma l’uomo la interrompe.
– Giulia mi disse che lei aveva fatto degli accertamenti al Policlinico. Sa, per via di quei momenti di confusione di cui soffre spesso… –
Deve fermarlo, deve farlo ora. Gliel’avrebbe detto, gliel’avrebbe urlato.
Io ho ucciso Giulia.
Che effetto avrebbe fatto agli occhi del mondo l’ammissione di un’assassina?
– Giulia mi ha chiesto di darle questa – Paolo le tende una busta bianca. – Ha pensato che fosse meglio che gliela dessi io. –
Nora prende la busta con esitazione, e intanto pensa.
L’ammissione di una donna che ha subito per mesi, che ha ingoiato il proprio orgoglio… La vendetta di una donna senza più dignità…
– Forse Giulia gliel’aveva già detto… Sono oncologo. Questi sono i risultati dei suoi esami – le dice, mentre una foglia si stacca dal ramo e le cade ai piedi.
Nora fissa il vuoto, improvvisamente senza più pensieri.
Né ammissione.
Né vendetta.

Solo il testamento di una condannata a morte.

Una foto in bianco e nero

foto in bianco e nero

Una folata di vento gelido, e il quotidiano si aprì alla pagina della cronaca di Milano.
Fu solo un attimo, ma bastò perché l’attenzione di Giacomo venisse catalizzata dal volto in bianco e nero che, quasi timidamente, faceva capolino dalla rastrelliera dell’edicola del centro.
Quel volto, il suo volto, lo stava fissando come se volesse ricordargli qualcosa d’importante. Qualcosa che lui aveva ostinatamente cercato di dimenticare, fino ad oggi.
Giacomo si avvicinò indeciso, sentendosi come un animale che teme che il prossimo passo lo porti inesorabilmente alla bocca del baratro.
Lesse la data: era un’edizione di due settimane prima, rimasta appesa in balia del vento insieme a una copia de Le Figarò e un New York Times ingiallito. L’insegna dell’edicola, lievemente scrostata, ricordava ai passanti frettolosi che si vendevano anche quotidiani internazionali. Come se al ragazzo che gli passava accanto, avvolto in un pesante parka nero, potesse importargli qualcosa di un giovane di nome Giacomo Santini, scomparso a Milano il 25 aprile di un anno prima, e mai più ritrovato.
Le mani fredde afferrarono la copia del Corriere della Sera e meccanicamente andarono alla ricerca di alcune monete, che lasciò all’edicolante senza nemmeno una parola di saluto.
Avvolgendosi frettolosamente la sciarpa intorno al collo, si diresse a passi nervosi verso un caffè lì vicino. Si sedette in un angolo, lontano dai passanti che comparivano e scomparivano dalla vetrina come marionette senza fili. Ordinò un caffè macchiato, ristretto, che bevve a piccole sorsate, assaporando l’amaro in bocca e intuendo l’approcciarsi di una morsa alla bocca dello stomaco.
Era proprio lui. Più giovane di un anno, con i capelli più corti, il sorriso lievemente storto, la mascella volitiva e la cravatta che aveva comprato per la laurea alla Bocconi.
Era lui, eppure non era più lui quel ragazzo diventato uomo, disilluso e senza sogni.
A un anno dalla sua scomparsa, qualcuno – i suoi genitori, la sua fidanzata? Chi può dirlo – aveva chiesto di scriverne la storia, forse nella speranza che ci ripensasse e decidesse di tornare, o che qualcuno raccontasse di averlo visto vagare come un barbone alla Stazione Centrale…
In ogni modo, non l’avrebbero mai trovato.
Nel leggerla, sì stupì di come la sua vita gli apparisse talmente avulsa da sembrargli quella di un perfetto sconosciuto. I genitori, imprenditori della Milano Bene, erano descritti quasi come vittime del capriccio di un figlio troppo viziato, anziché le persone soffocanti e ambiziose che erano. La fidanzata, Melissa, era stata caratterizzata dal giornalista come una Beatrice dantesca ignobilmente abbandonata. Giacomo sbuffò al tono contrito con cui lei si rivolgeva ai lettori, ignari delle pressioni psicologiche che gli aveva fatto patire dal momento in cui la sua discesa agli inferi era iniziata.

Il momento che coincideva con la perdita dell’impiego a contratto a tempo indeterminato, di un salario fisso e della possibilità di lasciare agli amici dei biglietti da visita con su scritto “Dottor Giacomo Santini, responsabile marketing” di una multinazionale americana.
Appoggiò disgustato il quotidiano sul tavolo.
“Bastardi!”, pensò.
Socchiuse gli occhi e come in un diorama, gli si presentò davanti Melissa, inguainata in paio di jeans firmati, impegnata a mandargli messaggi dal suo iPhone per invitarlo ad un aperitivo con i nuovi colleghi con cui lavorava, fresca di una di quelle lauree totalmente inutili, ma fin troppo frequentate, con cui pensava di spaccare il mondo.
“È riuscita solo a spaccarmi i coglioni”, mormorò a denti stretti, riprendendo a leggere l’articolo.
Nel secondo paragrafo, Giacomo era descritto con un giovane talentuoso, un mezzo genio della finanza, che aveva raggiunto in ben due anni l’ambita posizione di responsabile marketing, in barba a tutta quell’orda di disoccupati cronici che gravavano sulle casse dello Stato.
“Peccato che quel posto l’ho ottenuto grazie a mio padre”, commentò amaramente.
Proseguì, inoltrandosi nei meandri di una minuziosa descrizione della crisi economica che, come un polipo tentacolare, aveva afferrato anche il povero Giacomo, trascinandolo dai piani alti di un palazzo del centro città dentro ad una cassa. La Cassa Integrazione.
Facevano seguito due paragrafi sulla sua discesa all’inferno. Un resoconto minuzioso di ore interminabili passati al bar, spasmodiche ricerche di un lavoro su internet, centinaia di CV inviati senza nemmeno leggere attentamente l’annuncio e senza mai ricevere una risposta in cambio. Un susseguirsi di giornate in cui alternava stati d’animo nichilista a un profondo senso di apatia.
Non aveva soldi che non fossero quelli dei genitori. Non poteva nemmeno permettersi di offrire un biglietto del cinema a Melissa. Non solo non aveva nulla da darle di concreto, ma non poteva nemmeno più rappresentare per lei il fidanzato ideale di cui vantarsi con le amiche. Era diventato un fallito, uno che era meglio far finta di dimenticarsi che dover includere nella lista degli invitati.
Eppure lui era sempre lo stesso Giacomo, lo stesso ragazzo geniale. Lo stesso giovane uomo che, fino a poco tempo prima, veniva sfoggiato con orgoglio da genitori e fidanzata.
Possibile che tutto si riducesse al poter o non poter estrarre un biglietto da visita da un portafoglio di Armani?
In quelli’istante riemerse la rabbia, una densa schiuma che gli risalì la gola, togliendogli il respiro.
Fece un rapido cenno alla cameriera e chiese un altro caffè, questa volta lungo e nero.
Con gli occhi lucidi, ripensò allo sguardo del padre, sfuggente e pieno di vergogna. Lo aveva sentito mentire ad un amico, al telefono.
“Mio figlio ha deciso di lasciare il lavoro per iscriversi a un MBA…”
E così gli era nata l’idea del viaggio, come un seme che attecchisce tenacemente in un terreno in rovina. Un anno sabbatico lontano da una città che non faceva altro che giudicarlo un perdente… L’aveva vagliata, sezionata, rivista, accantonata, e infine l’idea era diventata un’ossessione. E il viaggio era diventato una fuga senza via di ritorno.
L’articolo terminava con un accorato appello a tornare. E già, loro sapevano che non era finito affogato in un Naviglio, né che stesse vagando solitario tra i binari morti di una stazione di provincia…
No, lo avevano capito che in fondo lui era veramente geniale.
Non c’era voluto molto. Un amico hacker, dei documenti falsi, un’identità costruita dal nulla.
Eppure lui non era il nulla. Aveva trovato un buon lavoro, aveva affittato un piccolo monolocale da cui, nelle giornate senza bruma, riusciva persino a vedere Port Phillip Bay. Si era comprato un’auto di seconda mano con cui nei fine settimana faceva lunghe gite sulla Great Ocean Road. E c’era Kate, quella dolce biondina della scrivania accanto…
Un sorriso fugace gli increspò le labbra.
Bevve il caffè bollente tutto d’un fiato e uscì fuori, senza abbottonarsi il cappotto. Sferzò l’aria a grandi falcate, diretto verso il porto.
Si fermò solo un attimo, il tempo di gettare un quotidiano ingiallito nel cestino dei rifiuti.
Inalò l’aria e la baia di Melbourne gli restituì il profumo del mare, umido e cristallizzato da quel secondo inverno della sua nuova vita.

L’uomo dalla valigia grigia

Claire Adelscott si riteneva, all’età di cinquantasette anni e tre mesi, una persona morigerata, razionale e timorata di Dio. Certo, aveva le sue idiosincrasie, come tutti noi del resto. Nella fattispecie, alla signora Adelscott non piaceva prendere il treno. A sentire lei, quando ne parlava con la signora Matthews, la vedova con la quale si dilettava a cucinare le torte per i rinfreschi della parrocchia, era quasi una fobia. Rimanere seduta per ore accanto a sconosciuti, condividere un angusto spazio con persone con un sordido passato e chissà quale scheletro nascosto nell’armadio… rabbrividiva solo al pensiero.
E questo chiodo fisso le pulsava nella mente per tutto il tragitto, persino oltre, tanto che il signor Adelscott prese l’abitudine di portarle una tavoletta di paracetamolo ogni volta che andava a prenderla alla piccola stazione polverosa di Claridge Cross.
Questa volta non avrebbe fatto eccezione, anzi. La Grand Central Station di New York non le era mai parsa così affollata da individui dallo sguardo sinistro. Claire Adelscott percorse quasi correndo il tragitto fino al binario del treno, con la borsa convulsamente stretta al corpo smilzo e incitando il fratello a camminare più in fretta.
Una volta salita sul predellino del treno, a malapena salutò Edmond che la stava fissando in tralice, sventolando un fazzoletto spiegazzato.
«Torna a trovarci presto, Claire» le urlò quando lei si riaffacciò dal finestrino, mentre il treno emetteva un fischio acuto e prolungato.
Nemmeno morta, pensò acida, pur regalando al fratello un sorriso di circostanza. Il solo pensiero di trascorrere un’altra settimana in compagnia della cognata si sentiva tremare le gambe. All’improvviso gli occhi di Edmund ebbero un guizzo e prese a correre dietro al treno che si stava mettendo in moto.
«Il tuo giornale, Claire!» Ansimando, il fratello le infilò il New York Times attraverso il finestrino aperto. Per ringraziamento, la sorella sventolò flemmatica la mano avvolta in un guanto di pelle intonata al cappotto, e si attardò a fissare sconsolata la figura dinoccolata del fratello farsi sempre più piccola sullo sfondo reso confuso dal vapore fuligginoso.
Si voltò affranta, prese posto accanto al finestrino a ghigliottina, con ancora impresso lo sporco rigato di pioggia della sera prima, e si mise a guardare di sottecchi coloro che, per le successive tre ore, sarebbero stati i suoi compagni di viaggio.
Sospirò sentendo giungere implacabile un’emicrania di prim’ordine.
I sei posti erano tutti occupati. Nell’angolo vicino alla porta, una coppia di circa trent’anni, ben vestita e dall’aria innocua, controllava con aria preoccupata i traffici di un bambino alto poco più di un metro, un animaletto irrequieto, reso momentaneamente calmo da una manciata di caramelle che chissà quanto ancora sarebbe rimasto a succhiare rumorosamente.
Accanto alla donna sedeva un prete cattolico con un rosario di madreperla che gli pendeva dalla mano smorta: lo sentiva bisbigliare frasi incomprensibili, forse in latino, e nel farlo il colletto rigido gli s’insinuava tra le pieghe del mento cascante.
Poco prima che lasciassero il binario in una nuvola di fumo, il posto a sedere davanti a lei era stato occupato da un individuo con un cappello e un abito scuro. L’uomo, di età imprecisata, aveva passato i primi cinque minuti del viaggio a cercare di sistemare un’enorme valigia grigia sopra la rastrelliera. Claire fissò contrariata i movimenti maldestri dell’uomo, sperando con tutta se stessa che riuscisse a far entrare la valigia e si sedesse senza ulteriore indugio.
L’uomo, un volto anonimo reso ancor meno interessante da una pesante montatura d’occhiali in osso, distolse velocemente lo sguardo dal suo, e nascose l’intero volto dietro alle pagine spiegazzate di un giornale locale.
Claire strinse la borsetta al petto, aprì la chiusura a scatto e ne estrasse gli occhiali da lettura. Era terrorizzata all’idea che uno di loro iniziasse a parlare di qualcosa – qualunque cosa – che potesse sfociare in un dibattito su un qualsiasi credo o pensiero politico o dottrina economica della durata intera del viaggio. Oppure – Dio non voglia! – venire coinvolta in una squallida conversazione sul tempo atmosferico.
Aprì il New York Times, immergendo platealmente la testa tra le pagine della cronaca cittadina.
«Trovo che quest’ ottobre sia molto più freddo degli anni scorsi, non credete?» esordì dall’angolo a sinistra la giovane donna, forse non così tanto innocua come Claire aveva pensato.
La domanda cadde nel vuoto. Il marito le andò incontro, cavalleresco. «Hai ragione, cara. Quel piccolo lago proprio vicino a Central Park South, ricordi? Stamattina ci siamo passati ed era quasi gelato. Mi domando dove vadano le anatre quando sarà tutto coperto di ghiaccio e neve…»
Il figlio, per tutta risposta, prese a fare il verso dell’anatra, sputacchiando pezzi di caramella di un rosso vivo tutte intorno. Claire si trincerò dietro al giornale, pregando di non essere colpita.
«Samuel, finiscila!» proruppe il padre. La madre afferrò il braccio paffuto del figlio e gli offrì un’altra caramella.
«Mi permetta, signora, ma così suo figlio continuerà a starnazzare come un’oca, sapendo che lei lo imbonirà con caramelle» commentò caustico il prete, colpito da una scheggia di caramella proprio sul colletto inamidato.
La madre dell’inquisito rivolse al prete un volto mortificato, bisbigliò delle scuse e si mise il figlio saldamente seduto sulle gambe.
Claire esultò da dietro al giornale. Nel farlo, lo sguardo le cadde sull’angolo in basso della valigia del suo dirimpettaio.
Che strano, pensò. Non avevo notato quella macchia rossa…
Fece spallucce e riprese a leggere. A pagina sei lesse di una notizia che aveva fatto scalpore per tutta la città: l’uccisione del gangster italo-americano Albert Anastasia, assassinato proprio mentre era seduto comodamente su una poltrona dal barbiere. Claire si sistemò meglio gli occhiali, che l’erano nel frattempo scivolati sulla punta del naso appuntito.
Il trafiletto riportava gli eventi del 25 ottobre 1957 in minuzioso dettaglio. Claire lesse il lungo articolo strizzando gli occhi e bisbigliando sottovoce.
A quanto pare Albert Anastasia, da tutti conosciuto come Il Cappellaio Matto, era da anni ricercato dalla polizia come esponente di prim’ordine di Cosa Nostra e qualcuno, all’interno della sua Famiglia, lo voleva morto.
Claire rilesse l’ultimo paragrafo con la fronte aggrottata.
Ieri mattina, Anastasia ha trovato la morte dal suo barbiere, al Park Sheraton Hotel. I testimoni oculari presenti sulla scena dell’omicidio hanno dichiarato che il guardaspalle di Anastasia fosse uscito dal negozio, facendo entrare due killer che hanno poi freddato il gangster a colpi di pistola. Si ritiene che il fratello di Albert, Antonio, abbia assunto le sembianze di un prete per sfuggire ai killer di Gambino.
Claire terminò di leggere il trafiletto e prese fiato. La foto sgranata di Albert Anastasia le sorrideva beffarda dalla pagina stampata. Il naso camuso, le labbra arricciate in una smorfia di disprezzo, i capelli ondulati domati dalla brillantina. Gli occhi neri e profondi, implacabili. Tutto in quell’uomo le faceva venire la pelle d’oca.
Colta da un terribile sospetto, si voltò con circospezione verso il prete cattolico seduto alla sua sinistra. Spostò lo sguardo dalla foto di Anastasia al volto emaciato del chierico, cercando tracce di una qualche somiglianza.
È possibile che non si assomiglino per niente, rifletté, pensierosa. Io ed Edmund non sembriamo nemmeno parenti, figuriamoci figli degli stessi genitori, constatò con una certa tracotanza.
Eppure, potrebbe essere lui, il fratello del gangster, ipotizzò mordicchiandosi il labbro inferiore.
«Di questi tempi New York è diventata invivibile» sentì commentare con voce baritonale il padre del bambino. Claire abbassò il giornale lentamente. «Mi riferivo alla notizia in prima pagina» continuò l’uomo, lievemente imbarazzato per aver ammesso di aver dato una scorsa veloce al suo New York Times.
«Sì, ho letto anch’io. Povera donna» esordì con tono sommesso il prete. «Dicono che sia scomparso dalla circolazione. Eppure non è poi così facile fare a pezzi una donna e portarsela in giro per le strade di New York in una valigia, dico io!» sentenziò, inorridito.
La madre del bambino coprì istintivamente le orecchie al figlio. «Vi prego, monsignore, c’è un bambino innocente, qui» lo ammonì, accigliata.
«Oh, signora cara, non sono monsignore, ma un semplice sacerdote. Magari fossi monsignore…» borbottò, alquanto compiaciuto.
«In ogni modo, New York è una città pericolosa. Come puoi essere certo che la persona che ti sta seduta davanti non sia un gangster travestito o un killer su commissione?» domandò torvo.
Claire spostò lo sguardo dal prete al signore anonimo accomodato di fronte a lei. C’era qualcosa in quello sguardo sfuggente, in quel volto anonimo, che la disturbava.
Cercando di non dare nell’occhio, Claire riaprì il giornale in modo da poter leggere l’articolo che campeggiava in prima pagina.
Giovane donna uccisa a Manhattan, lesse compita. Apprezzava il New York Times per la sobrietà nella scelta dei titoli. Avrebbero potuto fare di peggio, intitolandolo ad esempio Mattanza nel cuore della città… Per fortuna c’era ancora un po’ di decenza tra i giovani.
Lesse avidamente le due colonne centrali, corredate da una foto piuttosto mal riuscita di una strada del West Side.
Nelle prime ore di questa mattina, una donna di circa trent’anni, la cui identità è stata appurata essere quella di Margot Sinclair, cameriera di una tavola calda di Midtown, è stata uccisa a colpi d’ascia da uno squilibrato, tuttora latitante, nel suo appartamento al numero sette sulla 58esima strada. L’omicida è stato visto fuggire da alcuni passanti che ricordano di un uomo vestito di scuro, con un cappello di un colore sulle tonalità del marrone e un paio d’occhiali dalla montatura scura. Sulla corporatura dell’uomo ci sono state delle testimonianze contrastanti, malgrado tutti sostengano che fosse particolarmente alto e magro. Particolare che, invece, tutti non hanno potuto evitare di notare è che l’uomo stava trasportando una grossa valigia grigia.
Si pensa che l’assassino abbia voluto portar via dalla scena del delitto parti del corpo della vittima. All’appello, infatti, mancano le mani e i piedi della povera donna. La polizia pensa che possa essere il profilo di uno squilibrato feticista.
Questa mattina presto, un uomo simile a quello descritto è stato visto camminare velocemente lungo la 42esima strada. La polizia metropolitana ha richiesto la collaborazione di tutti i cittadini per agevolare la cattura dell’uomo, ritenuto estremamente pericoloso.

Il cuore di Claire mancò un colpo. Si sentiva come se tutto lo scompartimento avesse iniziato a girarle intorno vorticosamente. Per un attimo la vista si appannò e annaspò alla ricerca d’aria. Continuò a stringere le pagine del quotidiano con fare convulso. Si assicurò che l’edizione del giornale fosse la seconda del mattino, e infine constatò amaramente che la 42esima strada conduceva proprio al Grand Central Station.
Abbassò lentamente i margini del quotidiano e si spinse a dare una veloce occhiata all’uomo seduto di fronte. Dilatò gli occhi nel cogliere lo sguardo dell’uomo, fisso sulle sue scarpe.
Sollevò il volto per assicurarsi che la valigia dell’uomo fosse del colore descritto dal giornalista.
Una grande valigia grigia.
Sbaglio o la macchia rossa si è dilatata?
Non c’erano dubbi, era proprio quella.
Mio Dio, e adesso che cosa faccio?
L’uomo accavallò una gamba e, nel farlo, si protese lievemente verso di lei. Claire sussultò ed emise un flebile gemito.
Il prete si volse verso di lei, gli occhi scuri profondi. I capelli ricci domati dalla brillantina.
«Si sente bene, signora?» domandò, interessato.
Claire negò, agitando i riccioli argentei con fare convulso.
«Nulla, proprio nulla. Un lieve mal di capo, a dirla tutta» ammise, cercando di giustificarsi. «Sa, viene sempre all’improvviso e dura sempre tutto il viaggio fino a casa…» La voce le morì in gola.
«Capisco. Lei dove scende?» s’informò il prete con educazione.
Claire Adelscott deglutì.
«Oh, nessun posto degno di nota. Davvero un piccolo posto… insignificante» rispose, quasi atona.
«Suvvia, signora cara, nessun posto è insignificante, mi creda» le rispose il chierico, rimanendo in attesa di una sua risposta.
Claire volse il volto verso il finestrino. Non c’era via di fuga. Il treno sferragliava veloce attraverso una campagna che non le era mai sembrata così deserta e inospitale. Gli alberi si susseguivano quasi minacciosi, mentre le poche fattorie, che spesso aveva ammirato con una punta di invidia, le apparivano ora decadenti e disabitate.
Non c’era via di fuga.
«Io scendo… scendo a Claridge Cross» ammise, alla fine.
Il volto del sacerdote si atteggiò a un punto interrogativo. «Mi perdoni, e dove si trova?»
«Poco dopo Albany» rispose evasiva.
«Sì, confermo. È necessario cambiare ad Albany, la coincidenza parte una decina di minuti dopo. Lo so perché è esattamente dove sono diretto io» annunciò l’uomo dalla valigia grigia.
In quell’istante Claire Adelscott temette di svenire. Le mani le si chiusero come artigli intorno alla carta del New York Times, finendo per forare un occhio del famigerato gangster.
La fronte le s’imperlò di sudore, mentre cercava di trovare un modo per andarsene da lì.
Poteva ancora farcela. Harry l’avrebbe raggiunta in auto ad Albany, l’aveva convinto lei quella mattina stessa. Se fosse stata veloce, avrebbe potuto depistare l’assassino e allontanarsi in macchina, senza che lui potesse inseguirla. Posò nuovamente lo sguardo sulla valigia. Come avrebbe potuto inseguirla con quell’ingombro da portarsi dietro?
In parte rincuorata, finse di dedicarsi nuovamente alla lettura del giornale, obbligandosi a ignorare del tutto l’omicida dallo sguardo di ghiaccio che la fissava oltre il sottile foglio di carta.
I minuti trascorsero come ore, le ore come giorni. Il mal di testa le pulsava incessante e sempre più intenso. In cuor suo, Claire Adelscott pregava che la sua morte potesse essere veloce e indolore.
Il fischio improvviso del treno la risvegliò da una specie di trance popolato da incubi e visioni raccapriccianti. Afferrò velocemente la borsetta e la piccola valigia da viaggio che si era portata da casa. Abbassando lo sguardo e cercando di evitare quello dell’assassino, salutò tutti con tono sommesso, dirigendosi con grande fretta verso l’uscita.
Saltellò sul predellino con un’energia che pensava di essersi lasciata definitivamente alle spalle, anni fa, e iniziò a correre verso la sala d’attesa, cercando con sguardo febbrile il cappello floscio in paglietta del marito. Lo vide poco distante dall’edicola e un sorriso storto si dipinse sul volto tirato.
«Oh, Harry, non sai cos’ho passato su quel treno!» singhiozzò, aspirando la canfora della sua giacca di lana.
Accanto a loro, una coppia si ricongiunse con un forte abbraccio.
La donna si sollevò sulle punte per baciare l’uomo sulle labbra e, nel farlo, gli fece cadere a terra il cappello di un colore indistinto, delle tonalità dell’autunno. Noncurante della valigia ai loro piedi, una grossa valigia grigia, l’uomo sollevò la donna e le sussurrò all’orecchio.
«Un viaggio terrificante, Mellory, a dir poco terrificante. A proposito, mia sorella ti ha mandato alcuni barattoli di marmellata di ciliegie. Dalla fretta di prendere il treno ne ho persino rotto uno…»

Dragon’s Loyalty Award

dragonsloyaltyaward

This award comes from Natasha Sarkissian at Postcards from Italy.

Very undeserved, but deeply appreciated!

The rules are as follows:
Display the Award Certificate on your website.
Announce your win with a post and link to whoever presented your award.
Present up to 15 awards to deserving bloggers.
Drop them a comment to tip them off after you’ve linked them in the post.
Post 7 interesting things about yourself.

Deserving bloggers:
Natasha Sarkissian
Jaqueline
David Gaughran
Madey Edlin

7 (more or less) Interesting things about me:

1. The best ideas for my novels just come out of the blue during the shower;
2. I can only speak properly after drinking a good cup of espresso;
3. I have twins and each of my books, in one way or another, deals about twins;
4. I hate holidays because I hate to pack and I hate to unpack. Everything in between is not worthy enough to justify the effort;
5. I believe that novels come to writers through fantasy. Editors are “wish to be” writers that lost the ability to use fantasy in their lives.

Operazione Downshifting: scalare la marcia per tornare alle origini

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È in arrivo la settimana internazionale del Downshifting: un’occasione imperdibile per iniziare a “scalare la marcia” e imparare l’arte del vivere bene con poco.

downshifting

Molti di noi hanno imparato il significato di questo termine a proprie spese. Ci siamo arrivati per intuito, disperazione, speranza: una evoluzione di pensiero che si è trasformata in un nuovo stile di vita. Il downshifting ’nasce’ nel mondo anglosassone agli inizi degli anni novanta, come cambiamento moderato del proprio stile di vita, al fine di neutralizzare il crescente impatto negativo che una società fortemente industrializzata impone, in termini di stress fisico e psicologico.

Se vostra moglie, tornando alle otto di sera dall’ufficio, si libera delle scarpe con tacco di dieci centimetri e va alla ricerca dei rotoli di lana per poter sferruzzare davanti alla televisione con una certa aria di compiacimento disegnata sul volto, beh, non preoccupatevi. Lei sta facendo downshifting. E sicuramente lo state facendo anche voi, quando decidete di spegnere il computer, lasciando da parte quella relazione così importante, per portare vostro figlio alla partita di calcio.

Arriva un momento nella vita in cui è necessario “staccare la spina“, senza per altro dover arrivare a prendere una nave per le Americhe, lasciandosi alle spalle una casa, una famiglia, delle relazioni e un lavoro, tutti a loro modo vissuti come una gabbia emotiva e psicologica. Lo scopo, invece, è proprio quello di evitare di arrivare ad un “punto di rottura”, investendo in unariqualificazione del proprio stile di vita, non più improntato e focalizzato alla sola ricerca di un successo economico ma al conseguimento di una realizzazione personale, fatta soprattutto di “cose semplici”.

L’Oxford Dictionary lo definisce “il cambiamento di una carriera o di uno stile di vita finanziariamente appagante ma altamente stressante per uno più rilassato e maggiormente soddisfacente, anche se meno remunerativo“. Esiste, quindi, una correlazione diretta tra uno stile di vita “da manager in carriera” e uno stato di costante stress, e allo stesso tempo – notate se è poco – non esiste alcuna correlazione tra alti guadagni economici e soddisfazione personale. In altre parole, la nostra corsa al successo, fatta di rinunce – nostre e familiari – di straordinari non pagati, di sacrifici non riconosciuti, è destinata a perdersi come lacrime nella pioggia… Nessuno se ne accorge, tantomeno il vostro datore di lavoro, e il raggiungimento della meta avrà quasi sicuramente un retrogusto amaro.

In Italia il downshifting ha iniziato i suoi primi passi intorno al 2005. Spesso, purtroppo, ha vestito gli abiti della scelta obbligata, a fronte di situazioni di mobbing silente attuato a danno di madri-lavoratrici, le quali si sono viste obbligate ad un “ridimensionamento” della loro vita lavorativa fino a scelte di auto-licenziamento. A fronte di queste realtà, molto più numerose di quanto non si creda perché spesso taciute in quanto macchiate di vergogna per aver dovuto “gettare la spugna”, nascono sempre più numerosi blog e siti che insegnano a vivere meglio e consumare meno, a condividere esperienze personali e ad imparare a reagire prima che la “rottura interiore” sia definitiva.

Proprio per sensibilizzare la società su questo tema, nel 2003 è stata istituita l’International Downshifting Week, che quest’anno si terrà dal 20 al 26 aprile all’insegna del vivere slow e che, come ci promette la fondatrice Tracy con fare sibillino, potrebbe persino cambiare il colore del nostro mondo.

Silvia Molinari – Jugo.it Attualità 27-03-2013